IL CAPITOLATO D'APPALTO

 

 

I progettisti, in quel tempo, per progettare le Nuove Mura e tracciarle nel suolo, dimostrarono perfettamente di conoscere bene i sani principi dell'arte delle fortificazioni, anzi costruirono una opera che per quei tempi rappresentava un esempio nuovo e originale rispetto alle tendenze del momento sia per come sono state costruite e sia per la forma stessa dei bastioni più ampi e più semplici e con i fianchi rettilinei, differenti da quelli cinquecenteschi.

Le Mura sono state costruite attraverso una organizzazione razionale di cantiere dove ognuno aveva un compito ben preciso e specifico; inoltre era stata suddivisa l'opera in lotti separati affinché tutti potessero collaborare quasi contemporaneamente in modo da poter terminare la costruzione in breve tempo. Per la realizzazione delle Mura invece, come si è già detto precedentemente, per prima cosa era stato assegnato l'appalto per il posto di Peralto, il baluardo estremo della futura cinta, e poi, fissata la forma geometrica di questo, fu sufficiente impostare lungo l'andamento del crinale generatore, la direzione di due cortine successive, sia sul lato di Levante che quello di Ponente, per risolvere la costruzione geometrica del bastione corrispondente e cosi` via fino all'estremità inferiore dell'intero percorso. Questo fa presumere che il progetto della cinta, schematizzato al massimo nel momento delle delibere, fosse diventato progetto esecutivo nel momento in cui fosse fissato sul terreno la linea capitale. Quindi, invece di legare il tracciato delle Mura a forme geometriche prestabilite, i progettisti stabilivano direttamente sul terreno il tracciato delle Mura, determinando sia la lunghezza delle cortine, sia l'ampiezza dei bastioni i quali sono sempre stati costruiti in asse con i diversi crinali secondari per fronteggiare più facilmente una ipotetica direzione di attacco.

Per quanto riguarda la tecnica muraria, i progettisti dell'opera cercarono di utilizzare il materiale dello stesso luogo ma soprattutto usarono la roccia come base del sistema murario sfruttando quindi le forme naturali del terreno che ancora oggi si può vedere, esaminando la parte esterna delle Nuove Mura, come in alcuni punti affiori la roccia tagliata regolarmente secondo la pendenza assegnata alla scarpa, e possiamo verificare nei punti in cui la cinta ha subito recenti interruzioni "la tecnica costruttiva a scalino".

La cinta muraria, un'opera di una così straordinaria importanza, richiedeva quindi, oltre al materiale litico ben scelto ricavato quasi sempre dallo sbancamento, un ingente quantitativo di altri materiali da costruzione e di attrezzi di lavoro. La sabbia era un materiale abbondante per cui la sola difficoltà consisteva nel trasporto che si eseguiva esclusivamente a soma fino al luogo di utilizzo; proveniva o dal Polcevera o più spesso dalle spiagge fossili di Sampierdarena e Cornigliano mentre invece venne usata l'arena del Bisagno, non considerata buona e mercantile, solo "con conditione che prima di metterla in lavoro sia passata e crivellata".

La calce invece fu oggetto di speciali provvedimenti poiché vi erano poche fornaci, e per aumentare la produttività, fu deciso "che tutto il personale addetto alla preparazione della calcina e al suo trasporto potesse 'udita però la massa' lavorare nei giorni festivi". Venne nominato pure un Commissario della calcina, un certo G.B. Poggio, il quale, sotto le istruzioni di Ansaldo De Mari, doveva provvedere "... che tutti li capi degli scarzi habbino con facilita` e prontezza la calcina necessaria". Doveva quindi essere sempre informato degli obblighi dei fornaciari, dei bisogni degli scarzeratori, degli arrivi della calce sia in porto sia sui posti di lavoro e conoscere l'andamenti delle cotture nelle varie fornaci. Partite di calcina provenivano, oltre che da Sestri Ponente e da Cogoleto, anche dalle "... spiaggie di Borghetto, della Pietra, di Spotorno, di Vado, di Arenzano e di Voltri, nonche` di Monterosso e della Spezia sulla riviera di Levante".

Con la calce e la sabbia si componeva la malta per legare la muratura di pietrame; "spesso la sabbia è addizionata da laterizi macinati che aumentano la resistenza all'acqua della malta. Essa è in genere molto coerente, ed ha normalmente subito deboli attacchi da parte dell'acqua piovana nello strato protettivo di rinzaffo, specialmente dove si formano ruscellamenti". Per la muratura furono usate pietre di diverse misure, sbozzate ma non riquadrate ad esclusione degli spigoli dei bastioni e del cordone, la fascia sporgente a sezione semicircolare situata alla sommità del muro di scarpa, sotto al parapetto, il cui lavoro era affidato all'arte paziente degli scalpellini.

Durante il cantiere altre opere secondarie vennero affidate, dopo ulteriori trattative, agli impresari che a loro volta disponevano il da farsi come, per esempio, la costruzione delle guardiole, piccoli casotti sporgenti che si trovano agli angoli dei bastioni per dare riparo alle sentinelle che avevano il compito di sorvegliare il recinto, di controllare il compagno, di avvistare il nemico. Ne furono costruite numerosissime e infatti, verso la fine del XVII secolo, lungo la nuova cinta si poterono contare "137 garitte per le sentinelle, collocate sugli angoli dei bastioni e nei punti più sporgenti delle mura e cioe`: 6 dalla Porta di Carignano sino a ... 10 dal Casone di Bisagno sino a Porta Romana, 11 da Romana a S. Bartolomeo, 6 da S. Bartolomeo a S. Bernardino, 14 da questo a S. Simone, 23 da S. Simone allo Sperone, 31 dallo Sperone a Granarolo, 23 da Granarolo a Porta degli Angeli, 14 dagli Angeli a S. Benigno".

La loro struttura si componeva di una gabbia di ferro formata "da due cerchi e vari ritti del peso di circa Kg.56" poi rivesti da mattoni, materiale questo che ebbe in realtà un impiego molto limitato; infatti, oltre alle guardiole, "altri mattoni si adoperarono saltuariamente per il repascimento delle mura, come si può verificare tuttora esaminando alcuni tratti delle mura (una nota di spese contiene, fra l'altro, quella per 500 mattoni negri che 'servono a ripascere in parte le nuove mura al Castellazzo.')". Per quanto riguarda la provvista del ferro invece il "Magistrato delle Nuove Mura stipulò all'inizio dell'opera un contratto con Bartolomeo Pizzorno e Rolando di Rossiglione Superiore" per provvedere alla realizzazione dei diversi attrezzi da usare poi nella grande fabbrica per scavare il terreno e rompere la roccia.

Un altro materiale di primaria importanza, indispensabile per l'uso, era l'acqua che sembrava mancasse totalmente lungo il percorso delle mura sulla sommità delle alture che circondano la città; il Magistrato delle nuove mura, per facilitare la provvista dell'acqua, aveva fatto eseguire dei particolari lavori sia per migliorare le già esistenti raccolte di acqua piovana, sia per condurre l'acqua da Peralto al Castellaccio sebbene nella maggior parte dei casi veniva trasportata dentro dei barili a soma. Il Magistrato inoltre, con una delibera del 23 agosto 1630, provvedeva ad assegnare solo alle imprese l'uso esclusivo delle fontane pubbliche ordinando che "nessuno ardisca prendere acqua dalla fontana la quale e` in strada pubblica vicino a detto posto e questo sotto ogni pena arbitraria a detto Ill.mo Magistrato". Sempre per disposizione del Capitolato, "per evitare difficoltà e contestazioni nelle misure del rivestimento murario, indicato con il nome di 'repascimento' (voce dialettale ancora in uso per indicare il rifinimento delle facciate) che necessariamente variava molto da un punto all'altro secondo che la qualità del terreno consentiva un taglio più o meno regolare, è adottato uno spessore medio costante di due palmi (circa m.0.50)" (nota).

Possiamo verificare inoltre che non appare la polvere da mina fra tutti i materiali descritti nel Capitolato come del resto non vi è nessun accenno all'attrezzatura indispensabile per l'uso della mina e delle polveri; si deduce che si intendevano eseguire gli scavi richiesti dalla costruzione delle nuove mura senza l'uso di esplosivi ma solo con l'opera manuale dei rompitori e degli scalpellini.

Solo nel 1630 "si ha però notizia che gli scarzeratori al posto di S. Benigno per 'più loro utile' fecero uso di mine che danneggiarono gli abitanti della Coscia di San Pier d'Arena; costoro si rivolsero al Magistrato delle Nuove Mura chiedendo che ordinasse agli scarzeratori che 'cessino di far le mine da fuoco, e rompino le pietre con picconi o altro migliore espediente che parrà alle Sig.rie Loro Ser.me". Per confermare questa contraddizione possiamo citare un manoscritto di un viaggiatore del 1644 che narrava il suo incontro con la città sostenendo che "Giù dal Faro della Lanterna abbiamo preso dei cavalli e fatto il circuito della città, lungo l'intero percorso delle Nuove Mura (costruzioni di una prodigiosissima ed erculea industria); lo testimoniano quegli enormi massi sui monti che sono stati spaccati e fatti saltare con la polvere da sparo per renderli ripidi e inaccessibili ... ".

Furono molte altre le disposizioni citate nel capitolato per quanto riguarda le rigorose attenzioni che tutto il personale doveva attenersi per la costruzione delle Mura; sebbene infatti lo svolgimento dei lavori dipendesse dalla paziente ricerca e provvista dei materiali, la celerità del lavoro dipendeva oltre dal quantitativo di mano d'opera che a quel tempo era disponibile considerando come allora mancavano quei mezzi meccanici che anche nei lavori murari e di scavo agevolavano molte operazioni di cantiere.

A questo proposito Padre Vincenzo Maculano da Fiorenzuola, in un suo esposto presentato il 12 aprile 1630 al Magistrato delle nuove Mura con il quale propone dei consigli che poi furono effettivamente seguiti, fa dipendere l'esecuzione dell'opera dai lavoratori in quel momento disponibili.

Infatti, durante i lavori fra le bastie di Peralto e di Castellaccio, "si può ritenere probabile che quando il lavoro verso la primavera del 1632 si trovò esteso contemporaneamente su 27 posti (lotti), il numero dei lavoratori sia stato di circa 5200, senza tener conto del personale certamente numeroso addetto ai trasporti della calcina, arena e altri materiali e del nucleo che era alla diretta dipendenza del Magistrato per custodia e la distribuzione dei materiali e per lavori diversi (sistemazione delle acque, baraccamenti, ecc.)". Nella primavera del 1632, quando la fabbrica delle nuove mura era ormai ben avviata, per avere un ulteriore aumento di mano d'opera e soprattutto di muratori si proclamò un decreto con il quale si accordava a tutti gli operai addetti alla fabbrica uno speciale beneficio: "un salvacondotto generale per qualsiasi debito ed obbligazione civile purché non ecceda le lire 400, valevole per tutta la durata del loro servizio entro il limite massimo di un semestre".

Qualche giorno dopo, il 5 maggio del 1632, venne preso un altro provvedimento con il quale si ordinava la sospensione "... per la durata dell'anno in corso, nella città e in tutto il Dominio qualsiasi fabbrica pubblica e privata eccettuate le nuove mura" e nello stesso tempo venne imposto ai vari capi d'opera "di sospendere le fabbriche ove si impiega calcina e di astenersi dal cominciare altre 'sotto ogni gravame e arbitraria pena'".

Questo totale divieto danneggiava ovviamente molti interessi sia dei privati sia delle comunità religiose; per piccoli lavori di manutenzione ordinaria, di riparazione per esempio di tetti che lasciavano piovere nelle stanze abitate e quindi era indispensabile un intervento, vennero presentate al Magistrato delle domande di licenza che appunto le accordava solo in questi casi di evidente urgenza. Una così rigorosa 'legislazione' ovviamente provocò degli abusivismi: chi non riusciva a ottenere una licenza infatti cercava di procurarsi clandestinamente sia operai che materiale. Inoltre fu preso un provvedimento di ordine sanitario per prevenire il diffondersi della peste che in quel periodo rappresentava una grave minaccia per la salute pubblica della città. Infatti il 25 maggio 1631 venne nominato Ansaldo De Mari "Commissario dell'Ufficio di Sanità della Ser.ma Repubblica di Genova nella fabbrica delle nuove mura" per poter controllare tutto il personale addetto alla fabbrica; per evitare che persone provenienti dai luoghi infetti potessero entrare liberamente nella città, "ordino` che tutti i maestri, operai e qualunque altra persona addetta alla fabbrica fossero muniti di una bolletta con nome, cognome, patria e contrassegno valevole per 15 giorni e firmata da uno dei tre soprastanti a ciò delegati, le cui firme dovevano essere depositate alle porte dell'Arco, Acquasola, Strada nuova, Carbonara e S. Tommaso per facilitare il controllo da parte dei Commissari, Ufficiali e altri deputati alle porte" (nota 1).

 

 

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