LE NUOVE MURA, DOPO LA COSTRUZIONE

 

 

Nel 1638, sotto la direzione dell'architetto Giacomo Aicardo ma con la devota assistenza di Ansaldo de Mari, il Molo Nuovo fu finalmente completato mentre rimanevano sempre invariate le antiche muraglie del '500 lungo il mare sotto la collina di Castelletto fino all'antico Molo e dalla Porta del Molo fino a quella di S. Tomaso di cui troviamo una descrizione del Podestà: "...che in conformità della deliberazione già fatta l'anno 1594, si tirasse una cortina dalla muraglia dell'Arsenale sino al baluardo di S. Tomaso, per retta linea verso detta piattaforma uscente fuori in mare, acciò potesse servire per fianco a detta cortina. Che in fondo della stessa verso la Darsena si facesse altra piattaforma che rispondesse alla suddetta; la quale cortina cominciasse sopra una nuova scogliera da costruirsi dal fondo del Darsenale esistente, sino al citato baluardo di S. Tomaso per retta via verso detta piattaforma, in conformità del disegno". Quelle antiche mura erano ormai considerate "...vecchie mura cadenti, corrose dal salmastro e dalle ondate, che meno di cinquanta anni dopo dovevano subire la più tragica delle prove del fuoco, quella del bombardamento navale del 1684". (nota)

Dopo il bombardamento del 1684, Genova attraversò un periodo relativamente tranquillo: i Padri del Comune continuavano a mantenere la manutenzione della sola città entro il circuito delle mura vecchie, mentre i Collegi si occupavano di deliberare i continui lavori da farsi, dopo aver sentito il parere del Magistrato di Guerra, ma soprattutto della Giunta delle Fortificazioni, ente sempre esistito e dal quale dipendevano gli Ingegneri Militari.

Un evento particolare rappresentò nel 1713 la proposta del Magistrato di Guerra di istituire "...una scuola di architettura militare per l'addestramento da dieci a dodici giovani figli di ufficiali, affidandone la direzione al Sottoingegnere Gherardo de Langlade. È una iniziativa che risponde ad una esigenza molto sentita da parte del governo, di formare un gruppo di ingegneri nazionali in grado di agire autonomamente nelle pratiche delle fortificazioni e dei confini, ma che purtroppo, dopo alcuni anni di attività e con la morte del de Langlade, non sarà più riattivata". Inoltre, "tra il 1717 e il 1745, i quattro ingegneri militari nazionali: Matteo Vinzoni, Gaetano Lorenzo Tallone, Alberto Medoni e, dopo il 1722, Domenico Carbonara, vengono impiegati dalla Giunta dei Confini quasi esclusivamente nel rilevamento topografico del territorio, mentre i problemi riguardanti le fortificazioni sono affidati a due ingegneri forestieri: all'irlandese Patrizio Geraldini e al ticinese Pietro Morettini".

Questo tentativo di formulare una nuova scuola e soprattutto di specializzare nuovi talenti nell'arte delle fortificazioni è molto sentito dalla Repubblica di Genova che sentiva il bisogno poi applicativo di aggiornarsi sulle nuove tecniche europee. Infatti si assisteva ad una continua innovazione delle armi, era aumentata la gittata delle artiglierie, ma soprattutto erano cambiate le tattiche di assedio formulate da Sebastien La Prestre, marchese di Vauban e dal suo rivale, l'olandese Menno Van Coehoorn, per cui anche Genova si sentì coinvolta a rivedere ancora il sistema difensivo della città mediante la possibilità di realizzare una serie di opere esterne per tenere il nemico il più lontano possibile dalla cinta bastionata. Al Vauban, maresciallo di Francia, il primo dei ranghi del Genio "...viene spontaneamente associato a tutta l'architettura militare realizzata nel corso del XVII secolo: la sua attività fu così ricca di riconoscimenti che il Maresciallo di Francia fu ben presto assunto a simbolo dell'architettura militare francese. In oltre cinquant'anni di carriera realizzò più di centosessanta fortificazioni percorrendo tutto il territorio francese, e si distinse non solo come progettista, ma anche nella condotta degli assedi, le cui tecniche raggiunsero con Vauban una perfezione tale che ancora in pieno Ottocento mostrano intatta la loro validità".

Quando i francesi, alleati ai genovesi, cresciuti in un clima culturale particolarmente influenzato dalle teorie militari del Vauban, videro la nostra cinta seicentesca, pensarono che il nostro sistema difensivo poteva essere insufficiente a difendersi dagli attacchi degli Austriaci e quindi proprio a loro fu affidata la nuova impostazione del problema. A Genova si realizzarono dapprima "un complesso sistema di opere campali, provvisorie, che permettevano di protendere la linea di sicurezza ben oltre il perimetro delle mura, per precludere al nemico le vie di transito e le postazioni elevate, da cui le mura potevano essere colpite. La linea di difesa campale consisteva per lo più in sistemi talvolta complessi di argini, terrapieni, fossati, con piccoli fortilizi di fortuna, le ridotte, munite di artiglieria: rimangono ancora molti segni di queste linee trincerate, un patrimonio unico in Europa che meriterebbe una giusta valorizzazione".

Questo è quello che fecero i Genovesi e i Francesi nel 1747, due anni dopo che era scoppiata la guerra di successione Austriaca quando cioè Genova si trovò minacciata dagli Austriaci alleati agli Inglesi. In quella guerra infatti la Francia e la Spagna si opposero alla successione al trono di Maria Teresa e Genova fu costretta a difendere il proprio territorio di Finale, considerato sempre ambito per uno potenziale sbocco al mare. Genova, abbandonata dai Francesi e Spagnoli, fu costretta nel giugno del 1746 ad arrendersi agli Austriaci che, con i Piemontesi, erano giunti fino a Campomorone.

Ma "il popolo non accetta questa situazione, resa ancor più cruda dalla richiesta di rendere completamente inermi tutte le attrezzature difensive, e sul finire del 1746 eccitato dall'episodio di Balilla, origina una sommossa durata cinque giorni costringendo gli occupanti a lasciare la città. Questi però ripiegano sulle alture a nord e a ovest delle due vallate del Polcevera e del Bisagno, dando inizio ad uno stato d'assedio che durerà fino al luglio dell'anno seguente".

Genova allora cercò di riorganizzare una difesa grazie di nuovo ai rinforzi della Francia e della Spagna, progettando e realizzando in tempi effettivamente brevi una ristrutturazione delle fortificazioni. Infatti "nella guerra del 1747 contro i Tedeschi, furono ristorata la muraglia, e ridotta a quel maggior grado di resistenza, che diveniva necessario pel maggior perfezionamento delle artiglierie e sotto la direzione del valente ingegnere de Sicre erano condotti a termine questi lavori, fra i quali un gran cavaliere dello Sperone in cui situare una batteria che domina la montagna, che a quel sito conduce".

Emerge quindi la grande personalità del Primo Ingegnere dell'esercito dell'Infante di Spagna, Jacque de Sicre, assunto dal governo il 13 novembre del 1745 con il titolo di Maresciallo di Campo, il quale si impegnò a progettare, insieme al Bissy, e con l'aiuto di un gruppo di ingegneri militari sia genovesi (il Capitano Domenico Carbonara, il Tenente Nicolò Medone, il Colonnello Matteo Vinzoni) che francesi (il Capitano Pierre de Cotte) una proposta per la realizzazione di nuovi forti esterni suddivisa in quattro gruppi di trinceramenti (nota 1). Ancora oggi, sui crinali dei nostri monti, possiamo individuare tracce di alcune opere campali che venivano utilizzate per difendere gli accampamenti e come linee di sbarramento di campagna e, come abbiamo già detto, consistevano in argini, terrapieni e fossati; infatti scavi di una certa dimensione li troviamo lungo le pendici del monte Diamante; "il tracciato di queste valli è a dente di sega, e ciò consentiva ai difensori appostati di colpire l'attaccante col fuoco incrociato e di proteggersi vicendevolmente nei tratti di argine contigui, cosa non realizzabile se la difesa fosse distribuita su una linea retta".

Sempre sul versante sopra lo Sperone, in seguito alla rivolta del 5 dicembre 1746,si procedette al completamento del 'cammino coperto', "consistente in un fossato riparato da un argine per proteggere le basi dei muri dal tiro di artiglierie e per permettere le manovre delle truppe in sortita. Dalla punta dello Sperone venne scavata una trincea lungo il crinale sino ad un colle distante circa 500 metri dalle mura, in località 'Baracche' dove venne innalzata una ridotta. Da qui la trincea piegava a levante per altri 700 metri lungo la costa di 'Murogrosso'. Di questa linea ben evidente e della relativa ridotta non si trova segnalazione nelle rappresentazioni cartografiche relative ai fatti del 1747. Possiamo ipotizzare che questi valli, molto vicini alle mura, fossero stati tracciati da maestranze locali, senza un piano di difesa organico, basato sul concetto sorpassato che la difesa trincerata fosse sostenuta dal tiro dell'artiglieria piazzata sulle mura".

Quando invece nel marzo del 1747 finalmente Genova poteva contare sugli aiuti consistenti di denaro e truppe da parte degli alleati francesi e spagnoli, sotto la direzione di questi tecnici si procedette ad organizzare la propria difesa seguendo la tecnica della 'piazza trincerata' coprendo tutto il crinale che dallo Sperone giunge al colle del Fratello Maggiore, continua verso il Fratello Minore per ripiegarsi poi sulla vallata del torrente Torbella (nota 2). Per proteggere Genova dalla parte della vallata del Polcevera invece furono costruite delle postazioni per artiglieria sotto il Tenaglia, furono poste delle batterie sul promontorio del Belvedere collegandolo con una linea trincerata al Polcevera per proteggere il sobborgo di Sampierdarena sempre minacciato dalle artiglierie austriache di Coronata. Nel versante orientale della città furono costruite delle ridotte a S. Eusebio, a Serralunga, sul monte Ratti, a monte Castellano, a Bavari, a monte Bastia e sul monte Fasce lungo quindi una linea formata da capisaldi isolati che poi intersecava un'altra linea di crinale che comprendeva le ridotte sopra ai Camaldoli, a S. Tecla al Chiappeto e ad Albaro.

Sempre in questo periodo il governo si era impegnato a restaurare e perfezionare le stesse mura; "Giacomo Cattaneo era addetto alla sorveglianza dei lavori alle mura e alle frecce del Bisagno; allo Sperone, sotto la direzione di Lazzaro Viganego, fu innalzato un 'cavaliere' al fine di aumentare la potenza dell'artiglieria, alla Tenaglia, dove presiedeva Gio Batta Spinola, fu rinforzata e restaurata la decrepita 'opera a corno' e Stefano Lomellino fu incaricato di sorvegliare la costruzione di una grande nuova batteria alla Lanterna. Lo Spinola, che si avvaleva della collaborazione tecnica del De Cotte presiedeva, oltre i lavori alla Tenaglia, a tutte le opere di trinceramento del Belvedere". (nota 3) I disegni del De Sicre propongono uno schema progettuale sia rigidamente simmetrico che estremamente teorico in quanto tengono poco conto della situazione orografica reale e delle eventuali preesistenze; infatti le realizzazioni sono assai lontane dalle idee del De Sicre e si devono quindi alla pratica costruttiva delle maestranze locali e alla direzione di un gruppo di valorosi Ingegneri Militari di carriera abituati più alle soluzioni contingenti che alle schematizzazioni teoriche (nota 4). Finalmente, dopo il fallimento dell'armata austriaca del 13 giugno 1747, Genova poteva considerarsi libera e pronta per ripoter rivedere tutto il proprio sistema di fortificazione, soprattutto poteva riprendere in considerazione quei forti esterni alla città che tanto indispensabili furono per scacciare il nemico.

Qualche mese dopo, il 13 settembre del 1747, si iniziò un ulteriore restauro ai bastioni dello Sperone e del Tenaglia. Inoltre il 4 luglio 1748, venne ricostituito il Nuovo Magistrato delle Fortificazioni al quale qualche giorno dopo venne presentato dal De Sicre "le relazioni del Capitano Carbonara per il tratto di mura da S. Benigno alla Porta di Granarolo, del Ten. Tommasoni da Granarolo allo Sperone, del Cap. Speroni, dallo Sperone fino a S. Bernardino e di Matteo Vinzoni di lì fino alle frecce del Bisagno". In un ulteriore elenco del De Sicre, emerge un "riferimento preciso al Forte della Crocetta e alla lunetta del Belvedere; due posizioni che nel 1748 dovevano essere appena due opere provvisorie, con muri di contenimento e parapetti appena accennati". Tutte queste costruzioni cominciate con tanto fervore si fermarono in occasione della Pace di Aquisgrana del 15 giugno 1748 che decretava definitivamente la fine della guerra di successione. Gli unici Forti nei quali si continuava a lavorare furono il Forte S. Tecla, ormai ultimato, a parte le modifiche apportate tra il 1759 e il 1774, mentre sul Monte Diamante venne solamente trasportato il materiale che servirà nove anni dopo, tra il 1756 e il 1757, quando sarà realizzato in forma ridotta rispetto all'attuale. Il Forte Richelieu fu l'unico ad essere completato e reso operativo, del Forte Quezzi furono realizzati i bastioni mentre le cortine rimasero appena abbozzate.

Dieci anni dopo la Pace di Aquisgrana, ritroviamo in una lettera d'Archivio, datata 18 dicembre 1758, come fosse rimasto invariato il Corpo degli Ingegneri Militari al servizio della Repubblica; infatti: "Ingegnere e Ispettore generale delle Fortificazioni l'Ill.mo Maresciallo di Campo il Sig. Giacomo Sicre (con uno stipendio di 736 lire genovesi al mese). Direttore delle Costruzioni e degli appalti delle Fortificazioni il Maggiore Colonnello De Cotte. Visitatore e relatore dello stato delle Fortificazioni, quartieri ed edifici militari il Maggiore Colonnello Sig. Vinzoni e il Capitano Sig. Talone. Professore dell'Accademia di Matematica con incarico speciale della guardia, alzamento rettificazione delle piante, profili, disegni e stati generali e particolari delle Fortificazioni il Capitano Sig. Codeviola ...". Inoltre ad questi bisogna aggiungere il Colonnello Fredric Flobert, i Capitani Alberto Medoni e Panfilo Vinzoni (figlio del Colonnello Matteo Vinzoni), un assistente Matteo Lagomaggiore e alcuni giovani aiuti tra cui un uomo dalle eccezionali qualità, già istruito dal Flobert, l'ingegnere Giacomo Brusco, assunto come Aiuto il 1 dicembre del 1757. Il Brusco entrò a far parte del gruppo degli Ingegneri Militari della Repubblica nel 1758, per poi essere nominato Capitano nel 1783 (nota 5).

Tra il 1792 e il 1793, il Corpo degli Ingegneri poteva far conto per le opere di difesa della Capitale solo sul Brusco che finalmente può dimostrare di essere all'altezza del suo incarico. Dal 1793 in poi, sotto le sue direttive si rimette mano al bastione dello Sperone con la costruzione di una caserma casamattata, si rafforza il grande bastione di Begato con una batteria a cavaliere e si riordina l'insieme delle fortificazioni e delle batterie intorno a quello che d'ora in poi verrà chiamato Forte Lanterna. Inoltre, dopo il 1793 fino ai primi anni dell'Ottocento, la sua attività di rilevatore si concentrava a una approfondita analisi del territorio esclusivamente finalizzata ai piani di difesa dello Stato; il rilievo sistematico di tutto il percorso delle Nuove Mura rappresenta una indispensabile base di lavoro per tutte le fortificazioni fin dai primi anni del XIX secolo.

Dopo il mese di giugno del 1797, anno in cui si costituì la Repubblica Ligure, avvenne un reale rinnovamento dell'intero programma di difesa; Giacomo Brusco, eletto Capo Battaglione, con la stretta collaborazione di ingegneri francesi, inizia il restauro di tutte le fortificazioni esterne alla cinta occupandosi "personalmente del completamento del Forte di Quezzi e del parziale ripristino dei Forti Richelieu e Santa Tecla".

Nuovi interventi avvennero durante l'assedio del 1800 per mano delle truppe del Maresciallo Massena il quale affidò al Comandante del Genio Mares il compito di ricostituire in modo veloce le postazioni di alcuni forti esterni alla cinta. Infatti le Nuove Mura offrono dal lato sud-est la parte più debole contro cui si potrebbero dirigere ulteriori attacchi per cui, per ovviare a tali inconvenienti, fu stabilita una linea di forti esterni (nota 6). Soffermarsi sulla strategia dell'assedio e sui diversi interventi riguardanti i Forti esterni esula dall'ambito di questo studio per cui, per ulteriori dettagli, si rimanda ai testi citati nelle note e nella bibliografia.

Una ulteriore fase nell'evoluzione delle fortificazioni proseguì nel periodo napoleonico: la Liguria, nel 1805, venne annessa alla Francia e l'intero Corpo del Genio della Repubblica Ligure, in cui troviamo il Tenente Barabino e soprattutto il Tenente Gio Batta Chiodo, venne inglobato al Corpo Militare del Genio Napoleonico. Il Chiodo progettò un grande fronte bastionato alla punta dello Sperone, la ricostruzione e l'ampliamento del Forte Richelieu, l'ideazione della caserma di San Benigno, e trasformò tutte le ridotte in effettivi forti adattando la forma a una pianta quadrata "... la cui caratteristica architettonica più evidente risiede nelle quattro caditoie sporgenti al centro di ogni lato, elementi di derivazione gotica che dal '500 in poi erano stati cancellati dall'usuale progettazione bastionata".

Nel 1814, dopo la caduta dell'impero napoleonico, il Corpo del Genio fu diretto dal Tenente Colonnello Giacomo Barabino, sempre con la collaborazione del Capitano Gio Batta Chiodo e con il prezioso contributo del Capitano Giulio d'Andreis, il quale svolse un ruolo di primo piano nel Corpo del Genio Militare Sardo, formatosi dopo che la Liguria venne annessa al Regno Sardo. Il d'Andreis diventato direttore dell'Ufficio Tecnico del Regno propose la costruzione di una caserma per 400 soldati al bastione del Begato, sperimentando "... l'originale soluzione a nervature libere delle volte a crociera dei quattro bastioni", la ristrutturazione del Forte del Castellaccio, la costruzione di un fortino al posto del monastero della Crocetta e del Forte Belvedere. Inoltre, tra il 1817 e il 1822, realizzò la costruzione delle grandi torre isolate di San Bernardino, di Quezzi, della torre scomparsa del Ratti e della sua omonima caserma. In questo periodo vi fu quindi l'intenzione di fare di Genova la più grande piazzaforte sul Mediterraneo del Regno Sabaudo.

Infatti "da alcuni elenchi sull'armamento della 'Piazza di Genova', risalenti tutti a date anteriori al 1850, ci si può fare un'idea, dal numero di cannoni e di mortai distribuiti lungo le mura del '600 e nei forti, dello stragrande schieramento di forze dell'esercito piemontese. Considerando solamente il tratto della cerchia dallo Sperone alle Fronti Basse del Bisagno, si poteva disporre, nel 1840, di 193 cannoni e di 21 mortai, senza contare tutte le armi leggere. Nei due Forti di Castelletto e di S. Giorgio, posti nel centro della città e pronti ad agire contro qualsiasi sommossa popolare insofferente della nuova dominazione, si era prevista una potenza di fuoco di 23 cannoni di grosso calibro, di 8 mortai e di ben 28 cannoncini". Un esercito quindi temibile, preparato e più grande mentre, al contrario, le fortificazioni prima di questo totale rinnovamento, non erano più adeguate ad ospitare le nuove guarnigioni sempre pronte a reagire a qualsiasi tipo di attacco.

Il contributo del Genio Sardo fu fondamentale sia dal punto di vista strutturale che funzionale per i Forti e inoltre vi fu un potenziamento delle Cittadelle costruite sui bastioni lungo le mura del 1500 (S. Giorgio, S. Michele, e la ricostruzione del Castelletto). Furono sostanziali le differenze tra i forti sabaudi e quelli che li hanno preceduti, probabilmente da attribuirsi sia ai cambiamenti avvenuti nelle tecniche militari, sia ai diversi indirizzi costruttivi della scuola del Genio Militare di Torino differenti da quelli usati dai progettisti prima della Repubblica genovese. Grazie alla maggiore disponibilità di mezzi e di comunicazione, all'uso locale della pietra di cava, venne aggiunto l'uso del mattone che consentiva più facilmente e in modo veloce attraverso i nuovi sistemi voltati in laterizio la realizzazione "... di vaste e capaci caserme dotate di cisterne, di depositi, e articolate in maniera complessa e funzionale. All'applicazione di queste strutture, si erano aggiunti nuovi concetti di distribuzione con l'ideazione di lunghe gallerie di collegamento, rampe elicoidali, scalee a forbice, che facilitavano la fluidità simultanea in senso orizzontale e verticale, con sequenze ininterrotte di aperture, ballatoi e piani traforati, per una comunicazione continua e un perfetto coordinamento tra i vari reparti agenti in una stessa fortezza".

Contemporaneamente al rinnovamento delle fortificazioni, nel 1818 il Corpo Reale del Genio costruì sette torri lungo le mura di fronte ai bastioni che con le loro salienti punte proteggevano i crinali secondari. Ne furono costruite quattro lungo le mura di ponente e tre lungo quelle di levante mentre nuove torri isolate furono progettate e realizzate sull'attuale Parco dei Forti. L'intervento del d'Andreis fu irripetibile, ma con lui "... l'opera di progettazione di tutte le fortificazioni di Genova si conclude. Altri dopo di lui, in particolare Agostino Chiodo, proseguiranno sulla strada da lui tracciata sino a far sorgere intorno a noi quell'incredibile complesso di forti, di torri, di manufatti erosi dal vento e divorati dall'edera, ma che sono i segni della nostra storia e pretendono da noi di tornare ad essere per la città presenze vive e non più solitari mausolei della nostra incuria".

 

 

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