LA LANTERNA
"Da Voltri a Genova si vedono sempre case, tutto annuncia una grande città. Presto il porto appare e si vede la bella città seduta ai piedi delle montagne. Il Faro della Lanterna, come un minareto, dà all'insieme qualche cosa di orientale e si pensa a Costantinopoli".
L'immagine del Faro un tempo appariva a tutti i viaggiatori che passavano per Genova dal mare come un emblema, un elemento emergente che dal suo piedistallo di roccia sembrava 'uscisse' dal mare, con quella dignità e fierezza che traspare dalle architetture pulite. Era un punto di riferimento, un simbolo, per tutti coloro che giungevano in città, una meta, quasi una salvezza, dopo un travagliato viaggio in barca o in nave che durava già da tempo. Era un punto di sosta, un 'monumento' da visitare; così scrisse un viaggiatore: "preso l'omnibus (2 soldi) fino alla estremità del porto. Il faro (alto 300 piedi). Ci sono salito. Vista superba. La costa verso il sud. Un promontorio. Tutta Genova e le sue fortezze dinanzi a noi ...".
Era dunque un punto di una straordinaria panoramicità dal quale era possibile contemplare la città, il mare, ma soprattutto i crinali dei monti con i suoi forti ben visibili e netti. Era il simbolo della città.
Fin dalle sue origini emergeva con forza da quella roccia ora non più visibile poiché sovrastata da un porto sempre più contaminato da elementi confusionali e quasi degradanti. Le sue origini sono molto lontane; era denominata Capo di Faro, sulla piccola cima di un estremo sassoso, Capo di Promontorio. La sua posizione confermava la possibilità di segnalare con i fuochi le navi in arrivo durante la notte. Infatti "una prima notizia risale all'anno 1128 in cui era stato emanato un Decreto per la guardia alla torre della Lanterna. Erano stati designati ad assolvere questo compito i cittadini di alcune borgate della Val Polcevera - Torbella, Sassanedo, Porcile, Cavannuccia e in più quelli di Granarolo, mentre altri, quelli di Borzoli, Sestri, Priano, e Burlo, esentati da questo servizio obbligatorio erano tenuti a fornire ognuno un fascio di legna all'anno per mantenere acceso il fuoco del faro durante la notte".
Un altro documento del 1161 descrive il 'diritto di fuoco': ogni nave quando approdava era tenuta a pagare il diritto dovuto per il Molo e per il fuoco. Nel 1318 i Ghibellini cinsero d'assedio la torre nella quale si erano rifugiati i Guelfi: ne scavarono totalmente le fondamenta per cui, minacciando la stessa di crollare, gli assediati dovettero a malincuore arrendersi. Nel 1323 i Guelfi ripararono i danni dalle fondamenta e cinsero il piede della torre con due rivellini. Il primo fanale fu poi collocato nel 1326. Un disegno a china del 1371, pubblicato sul libro del Podestà a pag.305, mostra sin da allora la presenza di una torre sovrapposta all'altra, indicando quali fossero le munizioni fatte a difesa della stessa.
Nel 1507, sottomessa Genova al Re Luigi XII, venne decretata la costruzione di una fortezza a Capo del Faro, per tenere a freno il più possibile i Genovesi; per questo motivo venne chiamata La Briglia. L'Ingegnere militare Paul Beusserailhe Signore d'Espy, incaricato alla costruzione della fortezza, aveva deciso di demolire l'antica torre, ma a seguito di suppliche e doni dei Genovesi, la demolizione fu interrotta per cui la Torre rimase aderente alle nuove cortine della Briglia.
Durante un assedio dei Genovesi ribelli, la Torre subì gravi danni nella parte superiore. "Ridotta in tali condizioni, rimase inservibile fino al 1543, anno in che si deliberò di rifabbricarla. Ottenuto a tale scopo dai magnifici Protettori del Banco di S. Giorgio la somma necessaria, il Magistrato dei Padri del Comune addì 13 marzo moveva su cavalcature alla volta del Capo di Faro, seguito da più Maestri d'Antelamo, per consultare intorno al molo di addivenire alla designata ricostruzione" . Fu un lavoro di restauro e di reintegrazione che durò più di un anno e "fu seguito da alcuni maestri Antelami tra cui un Donato di Balerna e un certo Bernardo da Cabio; a dirigere la squadra dei 'piccapietra' fu il maestro Martino d'Arosio lo stesso che si incaricò di scolpire le balaustre in pietra di Finale, oggi purtroppo sostituite con colonnine di cemento". Dopo aver realizzato il rialzamento, venne murata una lapide all'interno in data MDXLIII, mentre un certo Evangelista da Milano dipingeva sul lato orientale della Torre Inferiore lo stemma del Comune.
Assunse così il suo aspetto definitivo, legato al mondo rinascimentale soprattutto per i coronamenti sia intermedi che terminali e per le mensole aggettanti. Per renderla definitiva fu dotata di un nuovo fanale. Probabile che con tale ricostruzione ne sia stata aumentata l'altezza. Secondo l'Alizeri il merito della costruzione sarebbe dell'Ingegnere Giovanni Maria Olgiati, secondo uno scritto del febbraio del 1543 ove si pagavano sue prestazioni che però potevano essere prestazioni per la costruzione della cinta muraria civica, in quanto i lavori della Torre non erano ancora iniziati.
Dalle annotazioni delle spese per "expense fabrices Turris capitiis faris", il Podestà presuppone che l'autore della Torre fu l'umile Maestro d'Antelamo Francesco da Gandria, oppure, per altra nota di spesa, fu Bernardino da Cabio.
Da documenti d'archivio si trovano spese per numerosi scalini, nel 1553 e circa quaranta anni dopo spese per rifare le scale di legno all'ingresso che venivano ritirate in caso di assalti. All'alba del XVIII secolo si restaurano le balaustrate ed altri elementi danneggiati dai fulmini.
Finalmente, dopo essere stata un elemento emergente, solitario e fiero, sul capo del Promontorio, venne deciso di inserire la Torre nel piano delle Nuove Mura; il 7 dicembre del 1626, celebrata una solenne cerimonia dal Doge Giacomo Lomellini per porvi la prima pietra, la Torre diventò simbolo della cinta e quindi della città.
Durante il cantiere del Molo Nuovo, per l'apertura di cave vicino, si chiese di non procedere oltre con gli scavi per non compromettere le fondamenta della Torre; infatti rimanevano solo 25 palmi di distanza dal piazzale al punto confinante con la cava.
Unita la Torre alle Mura, per integrarla con i nuovi bastioni di modesta altezza, considerando le sue snelle proporzioni e la sua altezza di 127 metri sul livello del mare, vennero costruite alla base delle opere complementari, di cui rimane una garitta di guardia.
Furono eseguiti altri interventi nel 1702 e nel 1771, ponendo ad un angolo della Torre delle chiavi in ferro per incatenarlo a seguito dei danneggiamenti subiti sia per opera dei fulmini, sia per opera del mare. Nel 1747 invece, sotto la direzione di Stefano Lomellino, fu completata l'estremità del Faro con l'aggiunta di una grande batteria, di un secondo deposito per le polveri, e di uno stradone, detto la 'Tagliata' della Lanterna, che conduceva alla vicina Porta della città.
Nel 1785-1786 l'Architetto Gregorio Pettondi fece ridipingere lo stemma del Comune di Genova sulla facciata nord della Lanterna, mentre nel 1841 venne aggiunto un primo "faro lenticolare alla Fresnel a eclissi intermittenti e con una luce visibile a dieci miglia marine di distanza, luminosità per quei tempi notevoli".
Attualmente, dopo aver ripercorso la storia di questo emblematico simbolo della città, forse ci ritroviamo senza parole poiché quel mirabile percorso unitario, che "cominciava dalla Lanterna, montava sulle colline di S. Benigno, degli Angeli e di Granarolo e girando su parte di Promontorio ... arrivava alla punta di Peralto, ora Forte Sperone, estremo della fortificazione ... di qui formando un angolo e discendendo dall'altra parte della montagna e fortificando le colline di S. Giuliano, Montesano e dello Zerbino, si riuniva agli altri bastioni verso il Bisagno ... i cui muri bastionati andavano dalla parte di S. Tomaso sino alla Lanterna, ma non rimaneva interrotta la circonvallazione", rimane solo un ricordo, un sogno ormai non più realizzabile.